- Storie dell”800 e ’900 raccontate da Elisabetta Introna

Elisabetta, per me zia Bettina, era una donna particolarmente bella. Alta, capelli lunghi neri, occhi azzurri, bei lineamenti, colpiva gli interlocutori al primo impatto. Io l’ho conosciuta a fondo in quanto abbiamo passato insieme decine di estati in quel paradiso per vacanze di sole, mare e campagna che è la Masseria di Pozzovivo.

La masseria era stata ereditata dalle due sorelle Introna, Gaetana e Bettina. Intorno al 1960 la divisione fu resa effettiva con dei lavori di ristrutturazione.

Il piazzale però, detto “piazzino”, rimane un luogo di vita comune, dove nel secondo pomeriggio, dopo la pennichella imposta dalla calura, e la sera dopo cena, si fanno assieme lunghe e piacevoli chiacchierate.

Foto della Masseria Introna a Pozzovivo eseguita negli anni ’60 quando si era circondati dall’uva Regina. Foto dell’autore.

Faccio una parentesi con alcuni ricordi su quella che è stata la nostra vita estiva a Pozzovivo negli anni ’50 e ‘60.

ACQUA dalle terrazze si raccoglieva l’acqua piovana che confluiva nelle cisterne sotterranee, chiamate “fontane”, poi con delle pompe a mano si alzava l’acqua nei cassoni in modo che potesse cadere dai rubinetti; gli addetti al pompaggio erano i più giovani, cioè noi ragazzi. Ai piani superiori per lavarsi si usavano i bacili riforniti da brocche d’acqua. Oggi l’acqua viene immessa direttamente tramite i tubi dell’impianto di irrigazione, che copre l’intera tenuta. Una autoclave elettrica fa arrivare l’acqua all’impianto.

GABINETTI si producevano in quegli anni dei cachi di dimensioni enormi, si perché sotto quegli alberi le domestiche portavano alla mattina il contenuto dei “prisi” , detti anche “monsignori”, un concime di eccezionale effetto. A fine anni ’50 si fece l’impianto fognario con i pozzi neri e venne introdotto il concetto di “water”.

LUCE ELETTRICA arrivò in campagna nel 1973. Sconvolse la nostra vita, fatta di lumi a gas, di lumi a petrolio, di candele. Aveva però il suo fascino arrivare dalla città e la sera salire a dormire con in mano una candela! Si scoprì il frigorifero che mise in pensione la ghiacciaia; quest’ultima era alimentata ogni giorno dalle stecche di ghiaccio che si acquistavano a Mola alla fabbrica.

MEZZI DI TRASPORTO le automobili a Mola si contavano sulle dita di due mani. In famiglia c’era la topolino di Zio, anche il marito di Zia Bettina aveva un auto. Mia nonna Gaetana utilizzava la sciarrette condotta dal massaro Pasquale e tirata da una mula di nome Rondella. La strada per Mola era sterrata e andare e tornare dal paese era un vero e proprio viaggio. Poi noi ragazzi ci rendemmo autonomi con le biciclette; ci si faceva la gamba al ritorno, tutta leggera salita con alla fine l’impennata della Serra. Arrivò anche il tempo della Vespa a fine anni ’60, nonché quello delle cadute, che per fortuna si risolvevano nell’applicazione di qualche punto di sutura da parte di Zio e qualche bagno di mare da saltare.

Foto della Masseria Introna a Pozzovivo eseguita dall’elicottero nell’anno 2000. Per gentile concessione di Mimma Mangini Dalfino

Negli ultimi anni della sua vita alla zia Bettina piaceva molto fare racconti relativi al periodo della sua gioventù e anche a storie antecedenti che aveva sentito per casa.

Era l’estate 1978 già verso la metà di settembre, quando a sera fa troppo fresco e si preferisce stare dentro. Così spesso Zia Bettina veniva a trovare la sorella Gaetana e allora cominciava a raccontare dei vecchi tempi; una sera inserii un nastro nel radioregistratore e registrai una cassetta di un’ora.

Questa cassetta è rimasta per anni tra le cose da “fare” e così nel 2001 si ridà la parola alla zia Bettina per sapere qualcosa di più su gli ultimi Vitulli.

Il corsivo sta ad indicare le parole originali della zia.

I fatti sono stati ordinati da me in ordine cronologico.

ANGELA d’APRILE

Era la bisnonna della zia Bettina; era di Polignano; nel 1839 aveva sposato Michele Vitulli.

Ritratto a carboncino di Angela d’Aprile eseguito dal marchese Eduardo la Greca. E’ firmato “Eduardo la Greca fecit 1892”.

Si trovava alla Masseria; ora è nello studio del cugino Onofrio Introna.

Peppino Vitulli era medico; la mamma era una d’Aprile; Angela d’Aprile.

Alla Masseria c’era un ritratto della nonna d’Aprile, fatto a disegno dal marchese la Greca, che era il proprietario del castello di San Vito. Erano molto amici dei Vitulli e il la Greca era in ammirazione di questa donna, che portava la bacchetta in mano.

In questo ritratto aveva i capelli divisi sulla fronte, un vestito grigio tutto abbottonato, un grande grembiule nero e le chiavi alla cintola. (un ricordo ben preciso!)

Il marito era Michele Vitulli, ma lui non valeva niente

Non faceva altro che correre dietro alle gonnelle di tutte le ragazze che pullulavano alla Masseria.

Abitavano alla Masseria ma avevano la casa settecentesca a Mola.

Angela d’Aprile mandò due figli a laurearsi a Napoli, uno in medicina, Peppino, l’altro in farmacia, Raffaele.

Gli altri due, che non volevano studiare, li mise in seminario e ne fece due preti: zio Giulio e zio Ciccio.

C’era poi zia Teresina, che mandarono a Mola, quando mio nonno (Peppino) si sposò, perché doveva trovare marito.

DON BRUNETTONE

E il marito lo trovò; era un signore che si chiamava Brunetti, lo chiamavano don Brunettone; era l’avo di Tauro Giovanni.

Questo Brunetti si era innamorato di zia Teresina, che era una gran bella donna.

Allora a distanza di due mesi don Brunettone si presentò a casa della fidanzata con un metro, perché voleva misurare le lenzuola, le tovaglie e voleva vedere i ducati che gli davano. Mio nonno diventò una belva. “Non è mia sorella che vuoi, tu vuoi le sue lenzuola e i suoi ducati. Esci fuori!” E lo cacciò fuori.

Zia Teresina ebbe un trauma. La rimandarono alla Masseria e fecero in modo di trovarle un fidanzato. E lo trovarono a Turi: era un Notaio( di cognome Giannini), grasso, tondo e piccolo, ma lei (Angela d’Aprile) imperava.

ZIO GIULIO e ZIO CICCIO

Poiché i due preti sprecavano con le perpetue, la nonna d’Aprile fece fare loro un vitalizio, che dovevano pagare il nonno Peppino e le zio Raffaele, per evitare così di mettere a rischio le proprietà.

A Mola chi non era figlio di Don Giulio? Quello si, quello pure. Lui viveva nella casa di un figlio.

Zio Giulio veniva spesso a casa nostra. Quando vedeva che mia madre riscuoteva gli affitti, le diceva “mo ste bbune”.

Quando vennero i bombardamenti a Mola (guerra 1915-18) ce ne andammo tutti alla Masseria. Zio Ciccio continuava con le sue perpetue; stava nell’altro stabile della Masseria; diceva Messa nella chiesetta della Masseria; le perpetue erano tante.

ZIO RAFFAELE

Era uno dei figli di Michele Vitulli e si era laureato in farmacia a Napoli.

Perse la moglie per il tifo pochi mesi dopo il matrimonio.

Non si risposò. Anziché esercitare la professione preferì vivere alla Masseria e interessarsi dei lavori da fare nella grande proprietà. Morì nel 1929.

Alla Masseria c’era pure il ritratto di Zio Raffaele e quello di sua moglie, una bella donna, che morì di tifo dopo tre mesi di matrimonio.

Erano in dieci, diceva il Nonno, attorno al letto di quella poveretta. C’erano diversi medici, ognuno con un parere diverso, era tifo.

Questa morì. Zio Raffaele rimase vedovo, non mise in piedi una farmacia e non volle più sposarsi.

Aiutava la madre a condurre quella grande estensione di terra intorno alla Masseria: erano tra le 300 e le 400 opere (più di cento ettari).

Come i due fratelli Don Giulio e Don Ciccio, anche Zio Raffaele andava di fiore in fiore.

L’ultima donna che ebbe, Luigia, gli fece un tranello che per caso Michelino (il marito di zia Bettina) scoprì.

ZIO RAFFAELE – UN CERTO DON COSIMETTO

Zio Raffaele diceva sempre: “quello che è dei Vitulli andrà ai Vitulli”. Lui aveva comprato dei mandorleti, delle altre terre. Ora era diventato vecchio.

Ritratto di Zio Raffaele. Si trovava alla Masseria. Ora si trova nello studio del cugino Onofrio Introna a Bari.

Mi ricordo che mia madre mandava sempre dolci e frutta alla Masseria.

Il giorno di Pasquetta noi eravamo invitati tutti alla Masseria. Luigia preparava delle “genovesi” che erano una cosa meravigliosa.Luigia era una bella donna, alta, grossa. Lui se la prese quando lei aveva solo 15 anni.

Mio marito seppe che Don Cosimetto, un prete di Polignano, d’accordo con Luigia, li voleva far sposare in articolo mortis. Zio Raffaele non capiva più niente. Michelino andò a Polignano, andò alla casa di Don Cosimetto e gli disse: “se ti fai vedere una fucilata non ti mancherà!”. Per la paura Don Cosimetto non andò nemmeno ai funerali.

Zio Raffaele morì, Luigia piangeva. Aveva però avuto come lascito un mandorleto immenso. Luigia poteva vivere come una signora. Lei diceva che poteva mangiare con le posate d’argento. Sposò un giovane, che fece baldoria con tutta quella terra. Tutta la terra dei Vitulli andò però a mia madre.

I NONNI PEPPINO E CHECCHINA

I nonni Vitulli erano gente chiusa, casalinghi. Lui, Peppino, faceva il medico, ma allora il medico non guadagnava niente, ma facevano i signori grazie a tutte le proprietà che avevano.

Checchina Donnangelo, mia nonna, era una donna tanto semplice e quieta. Lei era passata dall’autorità materna (Elisabetta Buttaro) a quella maritale.

Mio nonno Peppino era un uomo duro, era un Vitulli, alto grosso, come sta nella fotografia. La moglie invece era una donna debole, era stata cresciuta senza padre.

ANGELA VITULLI INCONTRA IL FUTURO MARITO

Quando mia madre diventò una giovinetta andava sempre dalle cugine Fanizza.

La nonna Elisabetta aveva una sorella che si chiamava Concetta Buttaro e sposò un Fanizza. Le figlie dei Fanizza erano molte. Le sorelle erano Annetta, Bettina, Chiarina, Marianna, ultima Carlotta.

Mia madre andava sempre dalle cugine Fanizza. La nonna Checchina aveva sempre conservato affetto verso la zia Concetta, che l’aveva molto aiutata. Mia madre andava con lei dalle Fanizza, non aveva ancora 17 anni.

Queste si mettevano tutte sul balcone, tutte ben aggiustate. Mia madre era la più piccola e la tenevano dietro.

Per quella via don Ciccillo (Francesco Introna) passava e spassava con un carrozzino che proveniva dallo stabilimento del solfuro, vicino alla conceria. Andando a Mola passava per la via di Loreto Francesco Introna con la sciarrette e la bombetta in testa.

Quando arrivava sotto questo balcone fiorito di fanciulle si levava il cappello. Mia madre calava la testa. Le cugine dicevano: è don Ciccillo Introna, il padrone del palazzo in piazza. Dicevano: chi sceglierà di noi?

Non potevano immaginare che era il musino di mia madre che lo aveva colpito.

Mio padre incontrò mio nonno al Circolo: allora si usava andare tutti al Circolo. Mio padre era vedovo. Chiamò il dottore in una stanza e disse: sentite dottore, io sono innamorato di vostra figlia e ve ne chiedo la mano.

Il nonno rispose: mia figlia è ancora molto giovane; di rimando mio padre: crescerà!

Il nonno disse: devo comunque sentire mia figlia, non posso certo dare una risposta.

Andò alla casa, chiamò la figlia e la moglie e disse loro che don Ciccillo Introna aveva fatto la domanda di matrimonio per la figlia Angela.

Mia madre disse: chi è don Ciccillo Introna, quello della bombetta, della sciarretta? Disse mio padre: si. Si, mi piace molto, è un bel giovane, rispose mia madre.

VINCENZA DI VENERE

Mio padre teneva una bella barba rossiccia divisa. Aveva 29 anni. La prima moglie, Vincenza Di Venere, era vissuta per 4 anni dopo il matrimonio. Vincenza l’aveva sposato per avere una persona che curasse le sue proprietà, che erano tante.

Ma lui non ci sapeva fare. I ducati sparivano. Le donne di servizio dicevano che giù in una camera c’era una cassapanca tutta piena di sacchetti contenenti ducati d’oro. Venivano i nipoti della Di Venere da Casamassima e la zia elargiva.

Questa Di Venere era molto vecchia, era analfabeta, non sapeva né leggere né scrivere, non conosceva l’orologio.

La sera diceva alle donne di servizio: è tardi, come mai don Ciccillo non viene? Le donne dicevano: signora, don Ciccillo è giovane, si deve pure divertire.

La vecchia morì lasciando un grande armadio pieno di vestiti, che poi io mi dovetti sopportare, perché venivano scuciti e rifatti su di me.

Io odiavo quei vestiti della vecchia donna Vincenza, che non avevo nemmeno conosciuto.

Era piena di soldi: palazzo a Mola, Pozzovivo, il lascito per l’ospedale di Carbonara.

ANGELA VITULLI SI SPOSA CON FRANCESCO INTRONA

Mia madre accettò di sposarsi e mio padre cominciò ad andare sopra (ovvero visitava la casa della fidanzata).

Lui fece rinnovare tutto il suo palazzo; tutta la roba vecchia fu buttata via.

La camera da letto, che era una meraviglia, era con le iniziali A F dappertutto; c’era il baldacchino con grande cornice dorata, dentro c’erano i merletti. Io sono stata in quel letto un anno e mezzo e ho avuto Onofrio.

La stanza da pranzo era tutta in legno scolpito con le iniziali F I dappertutto.

Tutto il salone fu rifatto, ci teneva a tutto.

Era gelosissimo di sua moglie

Diceva mia madre che quando si sposarono lui la porto nel suo palazzo. Vi furono otto giorni di pranzi, che duravano ore e ore ciascuno.

Mia madre doveva ricevere le visite con un vestito fatto venire da Torino; ci pensava la cugina Maria Richard che aveva sposato un francese e aveva la taglia di mia madre.

Mio padre ordinava gli abiti a Torino; aveva fatto fare a mia madre una vestaglia bellissima, celeste, di raso pesante, tutta bordata di ermellino, con la coda.

Lei doveva ricevere le visite indossando questo abito e tutti i gioielli.

Mio padre faceva una vita dispendiosa: cameriere, cuoca, cocchiere, cavalli e carrozze.

Lui passò un guaio per i due fratelli: Michele, che lui aveva fatto studiare a sue spese a Firenze, venne ucciso. Per sostenere le spese della causa dovette vendere 100 opere di terra (il Portone di Ruggeri).

Per salvare l’altro fratello Lorenzo dalla bancarotta mio padre mise i soldi e Lorenzo si rimise in sesto; mio padre gli chiese allora i soldi indietro ma il fratello glieli negò; mio padre ruppe i ponti con la famiglia; seppe poi che il fratello si stava per sposare con una ragazza giovanissima e bellissima, ma di famiglia umile. La ragazza era rimasta in cinta per prendersi i suoi soldi. Mio padre gli scrisse una letteraccia: fai molto male perché sei vecchio, quella è giovane e bella, va governata da mattino a sera, ma tu non ce la fai perché sei vecchio. Mio padre non mandò regali e non intervenne al matrimonio.

DONNA ROSINA

Era una donna che viveva da sola in un appartamento che aveva le finestre che davano sulla grande terrazza di palazzo Introna. Veniva assistita da Angela Vitulli.

Salimmo la terrazza, scendemmo i due scalini; donna Rosina era in quella camera delle due finestre. Era ravvolta in uno scialle nero, un fazzoletto in testa, gli occhi grifagni.

Disse a mia madre: donna Angelina, mi avete lasciato sola, Gaetana si è sposata e qui non vedo nessuno.

Disse mia madre: ma donna Rosina, voi conoscete tutti i miei guai, ma come posso pensare io a voi!; e donna Rosina: ma Bettina può prendere il posto della sorella!

Quando io sentii questo fatto dissi: ah no, io non verrò mai qui! Ho la scuola e il laboratorio, devo trottare in casa, qui non verrò mai.

Donna Rosina, voltandosi a mia madre, disse: allora non vi lascerò la casa.

Mia madre si mise in furia e disse che lei non voleva niente di quella casa e di darla a chi voleva.

Mi prese per il braccio e ce ne andammo via.

Dopo circa due mesi sapemmo che la vecchia era morta. Aveva lasciato tutto all’ospizio di mendicità. La casa era stata messa all’asta e i Mangini avevano vinto l’asta.

IL PRIMO INCONTRO DI ELISABETTA CON IL FUTURO MARITO MICHELE

Peppino, mio fratello, ogni volta che veniva in licenza mi portava un regalo, una pelliccietta, una borsetta; quella volta mi portò un vestitino di organza lilla, molto bello.

Lui l’aveva visto a Napoli in una vetrina, l’aveva fatto provare a una ragazza che aveva più o meno la mia taglia e lui pensò che sarebbe andato bene per Bettina.

Io quando vidi questo vestito rimasi incantata. Ma mi dissi: dove lo metterò questo abito, per andare in laboratorio? Per andare a scuola non lo posso mettere certo e allora lo misi nell’armadio.

Un giorno venne a casa la signora Tarozzi (aveva in affitto un appartamento nel palazzo) e disse a mia madre: Angelina, mi vuoi mandare Bettina? Perché devo andare a fare delle spese e a fare delle visite e mi secca andare da sola.

Mia madre disse: vatti a vestire.

Allora io pensai subito al mio vestito lilla, che non avevo messo mai.

Mi rifeci le trecce e mi misi un velo di cipria sulla faccia, perché il mio terrore era il colorito: ero troppo colorita; perché io mi guardavo nello specchio e dicevo: dicono che sono bella, ma non sopporto tutto questo rosso sulla faccia. Presi la borsettina nera e andai di là.

Ah come siamo eleganti, disse la signora Tarozzi; mia madre mi guardò con uno sguardo circolare e mi disse: beh può andare.

I Mangini erano alla fine del pranzo. Come videro la signora Tarozzi tutti si alzarono in piedi a farle i complimenti. Donna Checchina, che era seduta sulla sedia, mi chiamò e mi disse: come ti sei fatta bella, come ti sei fatta grande. Mi chiese anche: come sta donna Angelina? Io risposi: non c’è male.

E allora, come si usa, portarono a tavola i dolcetti e i liquori.

C’erano tutti: Lina, che era arrivata dalle Mantellate, da Firenze, c’era Antonio, c’era Michelino, Ninì giocava sulle scale.

Io non potevo alzare gli occhi dal piatto, che incontravo subito gli occhi di Michelino, che mi guardavano.

Ogni tanto lui si alzava e diceva: signorina, vuole questo biscottino, vuole quest’altro, ma io ero molto imbarazzata.

Finalmente la visita finì, andammo giù e la signora Tarozzi per la strada mi disse: hai visto come Michele Mangini ti guardava? Dissi io: no, non me ne sono accorta; disse lei: bugiarda! Non ti ha levato gli occhi di dosso un momento.

Ogni volta che mi affacciavo alla finestra, lui giù nell’ufficio delle Industrie Molesi si alzava, mi faceva un inchino e si sedeva. Poi spariva per giorni e giorni, poi la cosa riprendeva.

Poi mi arrivò la lettera.

Venne una signora a trovarci; si era sposata da poco con un ragioniere dei Mangini. Era Armida. Mia mamma disse: oh Armida, ti sei sposata, tanti auguri; e come si usa, andò in dispensa a prendere i biscottini.

Quella si alzò come una nuvola, mi allargò la camicetta, mi buttò dentro una lettera e mi disse: zitta!

Mia madre tornò e offrì i biscottini; poi Armida se ne andò.

Ma come fare per leggere la lettera? Non avevo un posto dove andare; l’unica soluzione era quella di chiudersi in bagno, se bagni potevano chiamarsi quelli di allora.

Lessi la lettera: era una poesia d’amore.

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